Il Canton Ticino ha detto che esiste un problema con i frontalieri italiani. La Svizzera dopo il no alla libera circolazione nel 2014 ha confermato che esiste un problema con l’Europa. I lavoratori stranieri sono troppi, vengono pagati poco e creano squilibri nel mercato del lavoro a tutto svantaggio dei residenti e dei giovani. Il Parlamento è chiamato a seguire la volontà popolare ma il rischio è quello di mettere in pericolo il reticolo di trattati con Bruxelles che da parte sua non può sentirsi tranquilla.
IL CANTON TICINO E QUEL PARAGONE AUTOMATICO CON L’ITALIA
La situazione ticinese ricorda molto quella italiana. Le lamentele sono le stesse. I colpevoli sono diversi: migranti e stranieri. Ci portano via il lavoro. Sono pagati meno. Accettano di tutto perché stanno comunque meglio che a casa loro. A una lettura semplicistica potremmo dire che gli italiani sono i migranti del Canton Ticino e che la Svizzera chiude le frontiere. In entrambi i casi ne prenderemmo atto ma staremmo dicendo una falsità. Perché un conto è la volontà popolare, un altro è la complessità della politica.
LOTTA AI FRONTALIERI E AL DUMPING SALARIALE
Il Canton Ticino in un referendum promosso dall’Udc, partito di destra, con il sostegno della Lega dei Ticinesi, ha chiesto al governo federale di Berna di porre un freno a quella che viene vista come un’invasione da parte dei frontalieri con annesso controllo del cosiddetto “Dumping Salariale”. Cosa succede? In Canton Ticino lavorano 62.000 italiani. Questi, secondo la denuncia dei locali, accettano condizioni di lavoro sfavorevoli se confrontate a quelle degli omologhi locali che diventano incredibilmente vantaggiose se paragonate allo stantìo mercato del lavoro italiano.
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“LA BUROCRAZIA? SOLO GLI SVIZZERI”
Incredibilmente, secondo Ticino Live, tra i principali “colpevoli” della situazione troviamo gli impiegati nel settore dell’informatica visto che a quanto pare non esiste un contratto di lavoro quadro del settore con ricadute pericolose in un settore dal livello medio-alto. Le lamentele riguardano poi l’impossibilità di reintrodurre tale reddito nel sistema economico svizzero perché, lamentano i promotori del referendum “Prima il Si”, gli italiani guadagnano e poi tornano a fare i signori a casa propria dopo aver trovato lavoro con due click su Internet mentre gli svizzeri devono riempire scartoffie su scartoffie.
LA PALLA PASSA AL PARLAMENTO
Leggete delle analogie tra questa posizione e quella di un popolare segretario di partito italiano? Probabilmente si. Andando avanti, la palla passa ora al Parlamento Federale chiamato a trovare una soluzione tra quella che è apparsa evidente essere la posizione popolare del Canton Ticino e la realpolitik europea. Come ricorda il Sole 24 Ore questo referendum così significativo nei risultati potrebbe non portare a nulla lasciando ai promotori la soddisfazione di una vittoria importante in una battaglia impossibile.
IL REFERENDUM DEL 2014 E LA ROAD MAP CON BRUXELLES
Nel febbraio 2014 la Svizzera disse no, sempre con un referendum, alla libera circolazione di persone all’interno del Paese. Per Bruxelles doveva essere un modo per integrare la Confederazione, per gli svizzeri era più una violazione di sovranità. Tale referendum aveva portato il governo a studiare una road map con scadenza febbraio 2017. Il rapporto tra Svizzera e Unione Europea è legato da una serie di trattati destinati a cadere se solo uno di questi dovesse saltare cadrebbe tutta la rete di accordi.
OBIETTIVO FINALE? LO STOP ALLA LIBERA CIRCOLAZIONE
Berna e Bruxelles sono entrambe su un campo minato e certo l’iniziativa del Canton Ticino non aiuta. La Camera svizzera ha approvato uno schema di legge che prevede la precedenza per la manodopera residente ma che allo stesso tempo non fissa limiti per quella straniera, quantificata in 305.000 unità di soli frontalieri provenienti da Francia, Italia, Germania, Austria. La richiesta ticinese è ancora più stringente e si dirige verso quello che è il vero obiettivo dei promotori, lo stop alla libera circolazione nel Paese.



