Bernardo Caprotti è morto. Con lui non svanisce solo la figura del Dottore, imperturbabile e rigido sia negli affari sia nella vita privata. Con la sua morte svanisce anche il sogno di Esselunga, una realtà nata nel 1965 e diventata negli anni così grande da controllare il 9,7 per cento della grande distribuzione italiana con un fatturato di 7 miliardi di euro e 22.000 dipendenti. Una realtà nata a Milano, in viale Regina Giovanna.
BERNARDO CAPROTTI, UNO STEVE JOBS PIÙ ANZIANO
Se fossimo negli Stati Uniti Bernardo Caprotti verrebbe salutato come un novello Steve Jobs. Al posto della Apple a Cupertino avremmo uno dei 150 esercizi Esselunga in giro per l’Italia. O forse rimarremmo nella sua Milano, cuore pulsante del gruppo. E anziché iPad, iPod, iPhone e consimili i clienti abbandonerebbero insieme alle candele prodotti Fidel o carte Fidaty con i famosi Punti Fragola. Si perché Bernardo Caprotti nella sua attività è riuscito in un’impresa, quella di trasformare Esselunga in una realtà della grande distribuzione ma con la prossimità del negozio sotto casa.
UN UOMO SOLO ALLA GUIDA DI UN IMPERO
Bernardo Caprotti si è arreso alla malattia a una settimana dai suoi 91 anni. Fino a pochi mesi fa era ancora lì nel suo ufficio prima di passare in rassegna, rigorosamente a sorpresa, i suoi supermercati ogni sabato mattina. Spesso lo si vedeva negli store impartire istruzioni chiare e dettagliate a dirigenti non più giovanissimi ma che pendevano dalla bocca del Dottore. Perché lui era metodico e se a volte si comportava in maniera brusca, lo faceva per proteggere la sua creatura e i clienti che ogni giorno affollano i corridoi degli Esselunga di tutta Italia. Non mancava neanche di controllare la giusta posizione dei prodotti sugli scaffali. Non doveva sfuggirgli nulla.
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ESSELUNGA, LA STORIA
Bernardo Caprotti, figlio di un industriale tessile, era destinato a seguire le orme del padre salvo incontrare Nelson Rockfeller, il famoso miliardario americano il cui obiettivo era quello di realizzare in Italia degli store uguali a quelli americani. Era il 1957 e insieme al fratello Guido riuscì a beffare La Rinascente, partner iniziale individuato dalla Ibec, concludendo la nascita della Supermarket Italiani. Gli americani se ne andarono dopo pochissimi anni lasciando ai fratelli Caprotti la guida dell’azienda che col passare del tempo introdurrà i prodotti a marchio della catena grazie anche all’aiuto della Armando Testa.
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ESSELUNGA E “FALCE E CARRELLO”
Bernardo Caprotti non ha mai guardato in faccia a nessuno. Non lo ha fatto quando ha scritto il libro “Falce e Carrello” sostenendo di aver incontrato problemi nell’espansione del gruppo nelle regioni “rosse” accusando la Coop di scorrettezze commerciali. Non lo ha fatto quando Coop Liguria e Coop Estense citarono in giudizio Esselunga. Non lo ha fatto dopo che nel 2011 il Tribunale condannò Esselunga per “concorrenza sleale”. Non lo ha fatto quando la condanna venne sospesa. Non lo ha fatto quando l’AGCM sanzionò Coop Estense per 4,6 milioni di euro accusandola di abuso di posizione dominante e ritenendola colpevole di aver ostacolato l’apertura di Esselunga in provincia di Modena.
LA FAIDA COI FIGLI E LE VITTORIE IN TRIBUNALE, CASSAZIONE COMPRESA
Bernardo Caprotti verrà ricordato per gli scontri avuti con i figli Violetta e Giovanni. Il secondo venne cacciato dall’azienda nel 2005 dopo due anni da Amministratore delegato, primo atto di uno scontro acuitosi nel 2011 quando l’uomo, senza dare comunicazione ai figli, ha estinto il contratto fiduciario creato nel 1996 con cui assegnava il 92 per cento di Supermarkets Italiani ai tre figli Giuseppe, Violetta e Marina, quest’ultima avuta da secondo letto. Bernardo Caprotti aveva per se solo l’8 per cento dell’azienda ma se la riprese. I figli di primo letto hanno reagito con un lodo arbitrale e una causa civile perse. I figli provarono il ricorso in Cassazione ma persero anche quello.
BERNARDO CAPROTTI, LA CONGIURA E LA CONVENIENZA DELLO “SPUTTANARSI FINO IN FONDO”
Prima di morire Bernardo Caprotti aveva dato mandato alla vendita di Esselunga. Ora la palla passerà agli avvocati e si scoprirà se è stato firmato un preliminare di vendita o se l’uomo ha fatto in modo che i figli non possano avere voce in capitolo. Lui si era dimesso dalla società nel dicembre 2013 ma non era mai svanito del tutto. La figlia Violetta in un’intervista del 2014 rilasciata al Corriere della Sera in cui lamentava la mancanza d’affetto da parte del padre rifiutando l’idea di una congiura ordita ai suoi danni. Padre che in una lettera sempre al Corriere della Sera aveva parlato per primo usando questo termine mostrando all’Italia il suo modo di essere:
Infine un chiarimento su tutta questa gazzarra. Qui dentro c’è stato un terribile schifo, una congiura. Un vecchio che qui aveva fatto troppa carriera doveva fare le scarpe all’amministratore delegato Carlo Salza, assieme a una centralinista, la consigliera-assistente di mia figlia Violetta e a un giornalista che ben conosci e che ha impestato tutte le redazioni dei giornali d’Italia, con quella roba che avete stampato. Carlo Salza, Germana Chiodi, io e altri dovevamo «essere fatti fuori». Ma noi siamo un gruppo di ferro.
In questo orrendo frangente, quella figlia purtroppo ha creduto di più in quel vecchio arnese che nel suo papà. Ed è così che non c’è stato modo: nello sbalordimento dei suoi e dei miei professionisti, neppure ha voluto considerare l’opportunità miliardaria di ricevere 84 immobili dal reddito ingente e sicuro e mettersi tranquilla. Qui sta la chiave di tutto. Mettere queste cose in piazza mi ripugna. Ma quando si arriva al punto di avere persino il numero del proprio conto corrente pubblicato su quello che è il «Times» del proprio Paese, forse conviene sputtanarsi fino in fondo. Con amicizia e riconoscenza.
Questo è stato Bernardo Caprotti.
(Photocredit copertina Di I, Cristian1989, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=24787141)



