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Selfie a Auschwitz: quando il Giorno della Memoria diventa film

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Selfie a Auschwitz. Perché? Nel 2015 un’adolescente pensò bene di farsi un bell’autoscatto tutta sorridente in uno dei cortili del più famoso campo di concentramento nazista. I commenti furono violenti e al limite della molestia. La ragazza, su Twitter, rispose che si sentiva stupida e che per la vergogna non sarebbe più uscita di casa. Ma perché farsi un selfie a Auschwitz? Cosa porta una persona a trasformare un luogo di ricordo e riflessione in un parco di divertimenti? A questa domanda ha provato a rispondere Sergei Loznista con il suo film “Austerlitz”.

SELFIE A AUSCHWITZ, IL FILM “AUSTERLITZ”

La pellicola, presentata al Festival di Toronto 2016, deve il suo nome a un libro pubblicato nel 2001 e scritto da Winfried Georg Sebald. Il protagonista, Jacques Austerlitz, professore di Storia dell’Architettura, studia luoghi carichi di significati simbolici. L’uomo, dal passato ignoto e dal presente confuso, decide di lasciare la sua Londra per scoprire il suo passato. Capirà di essere uno dei passeggeri di quei treni carichi di bambini che dall’Europa centrale arrivavano in Inghilterra mentre i genitori venivano deportati nei campi di concentramento. Una scoperta quotidiana di un passato orribile e di un presente che vive alimentato dai dolori che furono.

SELFIE A AUSCHWITZ: COSA FANNO I TURISTI TRA AUDIOGUIDE E NOIA?

Austerlitz è un documentario che si occupa del mercato del turismo in quel che resta dei luoghi della Germania nazista. Sergei Loznista piazza una telecamera fissa all’interno dei campi di concentramento di Dachau e Sachsenhausen, vicini rispettivamente a Monaco di Baviera e Berlino. E si limita a registrare i comportamenti di questi turisti. Parole, sbadigli, ascolti confusi di audioguide. E selfie. Tanti selfie. Selfie a Auschwitz, selfie a Dachau, selfie a Sachsenhausen. Un gruppo decide di farsi un selfie vicino alla scritta “Arbeit Macht Frei”. Nessuno è disturbato dal loro comportamento. Non ci sono cartelli o divieti. No. Possono anche portarsi un bastone da selfie, il cosiddetto “Selfie Stick“.

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L’ABBIGLIAMENTO, IL COMPORTAMENTO E LE DOMANDE SU COSA SI POSSA FARE O MENO

Il documentario di Loznitsa è ancora più crudo per via della fisicità di questi turisti che indossano vestiti scollati, magliette con frasi buffe, abiti che andrebbero bene per una gita in spiaggia. E ci si chiede: perché un turista si deve fare un selfie a Auschwitz, a Dachau, a Birkenau o altrove? Cosa porta una persona a un viaggio nel centro Europa per visitare tali luoghi di dolore anche se poi si sente in vacanza? Deve esserci una qualche restrizione sull’abbigliamento o sul comportamento? Il frutto di questo lavoro, come spiega il Guardian, aiuta lo spettatore a ragionare circa la sacralità di questi posti. Se ci rechiamo con devozione e deferenza in un luogo di culto, perché non possiamo farlo in un campo di concentramento?

IL SELFIE A AUSCHWITZ? L’ATTO FINALE DI UNA VISITA. COME UNA TESTIMONIANZA

In fondo tutti guardano qualcosa, anche se non sanno bene cosa. Un selfie a Auschwitz rompe la monotonia di muri, di sale, di scale, di fili spinati. Parliamo di spazi vuoti o ricostruiti. Non ci sono testimonianze dirette, foto di alcuni dei prigionieri a parte. No. La curiosità spinge le persone in questi posti. E la curiosità chiama attenzione. Qualcuno si chiude nelle stanze. Guarda gli orologi. I capelli. I pigiami. I volti. Le fotografie. Gli oggetti del quotidiano. Sente la sacralità del posto e si silenzia, come se fosse in chiesa. Altri invece non entrano da nessuna parte per una serie di motivi, guardano lo spazio solo a livello superficiale fino a quando la soglia d’attenzione cala. Quando questa sparisce ecco che l’uomo, inteso come essere vivente, cerca stimoli altrove. E non trovandoli decide d’immortalare il momento. Con un selfie. Ad Auschwitz? E che importa?

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Maghdi Abo Abia ci riprova su Ultimometro. Si tratta del suo esperimento nato a seguito della conclusione del suo lavoro all'interno di Giornalettismo. Punta alla qualità, non al click. Sogna nel Seo. Un dilettante che si diletta.

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